Il decreto imperiale calò come una sentenza gelida.
Nessuna trattativa, nessuna proroga.
Il mondo intero venne condannato a morte.
I primi colpi giunsero dal cielo, invisibili all’inizio, come lampi silenziosi.
Poi l’orizzonte si lacerò.
Intere città furono cancellate in un solo respiro, vetrificate, fuse in laghi di metallo incandescente. Le torri di vetro e d’acciaio crollarono a cascata, inghiottendo le folle che tentavano di fuggire lungo arterie congestionate.
Sopra gli oceani, le bombe gravitiche liberarono la loro furia: la superficie si piegò, si inarcò, poi collassò su se stessa. Le maree inghiottirono porti e navi. I continenti si spezzarono come cortecce infrante, riversando fiamme e ceneri nei cieli.
Nelle pianure, i convogli si erano formati in fretta, colonne di veicoli stipati, famiglie intere aggrappate ai tetti, talvolta trascinando dietro di sé carretti di fortuna. Le strade iniziarono a vibrare, a fessurarsi prima di sprofondare nel vuoto aperto dalle armi gravitiche.
I cieli non offrivano salvezza. Le navi civili, strappate agli hangar per un’ultima fuga, furono polverizzate prima ancora di raggiungere l’alta atmosfera.
I corridoi aerei divennero cimiteri sospesi, scafi in fiamme che sischiantavano a migliaia.
Le grandi capitali, un tempo illuminate da milioni di luci, divennero roghi visibili oltre l’orizzonte. Le cupole protettive, costruite per resistere ai bombardamenti convenzionali, cedettero in poche ore.
Sotto le ricadute delle bombe sporche, le folle soffocavano, i corpi segnati da ustioni invisibili, i bambini urlanti tra braccia già morenti.
Al centro delle megalopoli, i reattori energetici esplodevano uno dopo l’altro, trasformando ogni cuore urbano in un cratere incandescente.
Le bombe gravitiche colpirono poi montagne e valli.
Catene intere crollarono, inghiottendo villaggi e fiumi.
Gole spalancate si aprirono, divorando foreste e pianure fertili.
I mari interni eruppero fuori dai loro letti, poi si dispersero in nubi ardenti, inondando le terre basse prima di evaporare in geyser di vapore radioattivo.
L’aria stessa cambiò.
I venti si caricarono di ceneri, di polveri scintillanti, di particelle invisibili che bruciavano i polmoni.
Il cielo si oscurò, arrossendo a lampi, come una ferita mai rimarginata.
Ma la morte non fu totale.
Alcune isole resistettero, per caso o per volontà.
Nelle grotte profonde, gli abitanti si erano spinti con le provviste, sigillando le entrate alle loro spalle. Ascoltavano, nel buio, i boati del mondo che si spezzava sopra le loro teste.
Sotto alcuni massicci, antiche installazioni minerarie erano state trasformate in rifugi. Gli scudi antiradiazione improvvisati lampeggiavano in allarme, l’efficacia incerta, i generatori ansimanti. Ma dietro quelle mura fragili, delle comunità speravano ancora di resistere per qualche stagione.
Nei deserti, immense cavità naturali, un tempo dimenticate, servivano ora da rifugio. Centinaia vi si ammassavano, razionando l’aria filtrata e l’acqua stagnante, scrutando i segni di una contaminazione che prima o poi avrebbe sempre trovato un varco.
E nelle rovine di alcune città, sotto i tunnel degli antichi trasporti, piccoli gruppi si rintanavano, stretti l’uno all’altro, pregando che nessun impatto ponesse fine al loro ultimo santuario.
Il decreto imperiale era stato compiuto.
Il pianeta, mutilato, dilaniato, bruciava ancora sotto un velo di polveri irradiate.
Eppure, nonostante la sentenza, nonostante l’annientamento quasi perfetto, delle vite palpitavano ancora, minime, ostinate, annidate nell’ombra di rifugi precari.
Il mondo non era morto.
Attendeva.
Nei primi mesi, la sopravvivenza dipendeva dalla fragilità delle macchine.
Gli scudi antiradiazione, eretti in fretta nelle ultime ore prima dell’annientamento, lampeggiavano senza sosta, le loro sirene rosse squarciando le notti interminabili. Alcuni collassarono nei primi giorni, lasciando i loro abitanti morire in silenzio, bruciati dall’interno dalla polvere invisibile.
Altri invece ressero, vacillanti, sospendendo la domanda: per quanto ancora?
Sotto quelle cupole translucide, qua e là fessurate, centinaia di donne e uomini si accalcavano. Vivevano in un’aria satura d’umidità, pesante, impregnata di odori di metallo bruciato. La promiscuità soffocava, ma uscire equivaleva a morire.
Le scorte, accumulate nel panico, svanirono in fretta.
Le riserve di farina e conserve si esaurirono in poche settimane. Le tavolette energetiche, concepite per viaggi rapidi, divennero moneta vitale, distribuite con parsimonia da consigli improvvisati.
Poi arrivò la fame vera, quella che scava i ventri, indebolisce i gesti, provoca febbri e allucinazioni.
I sopravvissuti si rivolsero allora alle macchine. I sintetizzatori alimentari, raramente completi, raramente funzionanti, producevano razioni pastose dal sapore metallico, ma sufficienti a rimandare la morte. Ogni riavvio era una vittoria. Ogni guasto, un disastro.
Il cielo saturo di polveri scintillanti rendeva l’aria quasi irrespirabile.
I purificatori — vecchi prototipi civili, installati d’urgenza — ronzavano giorno e notte, riempiendo lo spazio confinato di un rimbombo continuo.
Quando uno di essi si arrestava, l’aria diventava presto carica di miasmi. Ci si affrettava a smontare, a rattoppare con pezzi strappati ad altri apparecchi.
Un solo purificatore in panne bastava a condannare un intero gruppo.
Quando le riserve giunsero al punto di rottura, bisognò tentare l’impossibile.
Si fabbricarono tute di fortuna, assemblate con plastiche spesse, tessuti isolanti e lastre di metallo flessibile. Le cuciture vennero sigillate con resina indurita, si applicarono maschere artigianali alimentate da bombole d’aria filtrata.
Le uscite divennero rituali.
Sempre in squadre di due o tre.
Sempre con un rilevatore di radiazioni tenuto avanti, lampeggiante di segnali disperati.
Avanzavano lentamente, inciampando tra i detriti, frugando nelle rovine dei depositi militari o degli antichi magazzini civili.
Spesso tornavano a mani vuote.
Talvolta riportavano una cassa di componenti elettronici, un bidone d’acqua contaminata da purificare, o un frammento di generatore strappato a un veicolo distrutto.
Ogni ritorno era un miracolo.
Ogni assenza, un dolore condiviso in silenzio.
In alcuni rifugi, un vero tesoro era stato accumulato all’ultimo momento:
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micro-generatori a combustione, capaci di alimentare qualche lampada, un purificatore, un posto di rilevamento;
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sintetizzatori alimentari parziali, in grado di fornire una pappa insapore ma calorica;
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rilevatori di radiazioni sofisticati, ereditati dall’esercito, capaci di indicare le zone praticabili;
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veicoli rudimentali, talvolta ridotti a motrici arrugginite, ma abbastanza robusti da trasportare viveri e feriti per qualche chilometro su terreno instabile.
Queste attrezzature, rattoppate con pazienza, decidevano chi aveva un futuro e chi no.
Talvolta avveniva un miracolo: un incontro.
Nel corso di un’esplorazione, in fondo a un tunnel dimenticato, o in una galleria naturale scavata dagli antichi fiumi, compariva un’altra squadra.
Ci si osservava dapprima, increduli. Poi si scambiavano poche parole esitanti, segni di pace. Infine venivano i baratti: filtri in cambio di capsule alimentari, frammenti di leghe per medicinali scaduti.
Questi incontri erano rarissimi, ma riportavano una scintilla di speranza.
Prova che il pianeta non aveva ancora soffocato del tutto la vita.
I giorni divennero cicli indefiniti.
La luce artificiale scandiva il tempo, ma la nozione delle stagioni si cancellava dietro muri di cemento o di pietra.
Si attendeva che il cielo schiarisse, che gli scudi reggessero, che i purificatori non si fermassero. Si attendeva una falla, un segno, una breccia verso qualcosa di migliore.
Nei corridoi saturi di voci basse, una sola certezza tornava, sussurrata, sempre la stessa:
— Non siamo tutte morte.
Il tempo passò, e nell’isolamento dei rifugi qualcosa cambiò.
Lo si notò dapprima senza spiegarlo: alcune donne, malnutrite, esauste, non sembravano tuttavia declinare. Le loro forze resistevano meglio alle privazioni, il loro sangue pareva meno colpito dalle dosi di radiazioni accumulate. I medici improvvisati, un tempo tecnici o ingegneri, osservavano queste differenze con un’inquietudine mista a curiosità.
I registri medici, scarabocchiati alla luce di lampade di fortuna, annotarono una strana ricorrenza: scomparsa dei cicli mestruali in molte, poi ritorno, ma disordinato, come se l’equilibrio del corpo si stesse reinventando.
Lo stupore giunse quando una giovane donna, reclusa in un rifugio sotto scudo vacillante, mostrò un ventre arrotondato.
Non aveva avuto alcun contatto maschile; gli ultimi sopravvissuti maschi del suo gruppo erano morti da mesi o da anni.
Si pensò dapprima a un’illusione, a un tumore, a uno scherzo crudele.
Ma i battiti di un cuore minuscolo finirono per convincere tutti.
La nascita avvenne in un silenzio assoluto.
Un bambino. Una bambina.
Vitale.
Il fenomeno non rimase isolato.
In diversi rifugi dispersi, separati da distanze quasi invalicabili, furono riportati casi simili.
Gravidanze insorte senza fecondazione apparente, spesso dopo lunghi periodi di esposizione alle radiazioni o di febbre.
Sempre femmine.
Sempre vitali.
Le sopravvissute ne furono sconvolte. Alcune vi videro una benedizione, un segno che la vita si rifiutava di spegnersi.
Altre, più pragmatiche, compresero che la biologia stessa stava adattandosi, aggirando l’impossibile.
Le più anziane, custodi di frammenti di sapere, cominciarono a sussurrare l’idea che le radiazioni, pur uccidendo, avessero innescato qualcosa di antico, di latente, profondamente sepolto nel genoma.
Una possibilità che la natura aveva un tempo esplorato, poi abbandonato, e che ora ritrovava, costretta dalla sopravvivenza.
Quelle che vennero chiamate le Spirituali iniziarono a comporre canti attorno a queste nascite. Parlavanodi “fiori di cenere”, di “frutti del fuoco invisibile”, di “lignaggi della notte bruciata”.
Le Curiose, invece, tracciavano ipotesi, scarabocchiando su pannelli metallici le poche equazioni che ricordavano ancora.
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Ma una paura rodeva le sopravvissute: che ne sarebbe stato di queste bambine?
Erano sane?
O portavano in sé una mutazione incontrollabile, promessa di un altro annientamento?
Si decise di osservarle, di proteggerle.
Crebbero sotto sguardi attenti, talvolta isolate, spesso venerate.
E nulla, nei loro gesti, nelle loro risate, sembrava diverso.
Poco a poco, l’idea si fece strada.
Il futuro non sarebbe più passato per il ricordo degli uomini ormai scomparsi, né per le reliquie di sementi congelate che si degradavano ogni giorno di più.
Sarebbe passato per quelle figlie nate dal nulla, dall’aria satura di radiazioni, da corpi che si erano riconfigurati per sopravvivere.
La fame, la polvere, la morte onnipresente non bastavano più a uccidere la speranza.
Perché nelle culle di fortuna, fatte di casse metalliche o di coperte logore, le neonate respiravano, ridevano e aprivano gli occhi su un mondo che le loro madri iniziavano a credere possibile.
I primi anni furono attraversati da paura e meraviglia mescolate.
Le bambine nate senza padre crebbero, e la loro semplice esistenza destabilizzava ciò che restava di credenze, di scienza o di memoria.
Furono osservate dapprima con diffidenza, poi con una venerazione prudente.
Quando divennero donne, i loro corpi confermarono l’inevitabile: non avevano più bisogno di un altro per generare.
Ciò si manifestava senza scelta consapevole.
Il loro ciclo, riorganizzato dalla mutazione, permetteva che un ovulo producesse da sé una cellula gemella, una duplicazione imperfetta che si fondeva subito per formare un embrione.
La fecondazione avveniva all’interno di loro stesse, silenziosa, invisibile, innescata da una semplice maturità biologica, o talvolta da uno stress intenso, un’emozione forte.
Le gravidanze erano regolari, spesso distanziate di alcuni anni, come se il corpo dosasse il proprio sforzo.
Col tempo, si instaurò una forma di autocontrollo.
I bambini nati da questa autofecondazione somigliavano alle loro madri, ma mai del tutto: un rimescolamento genetico sottile, imprevedibile, sembrava intervenire, forse favorito dall’instabilità delle radiazioni.
Alcune donne accolsero questo dono con fervore, vedendovi la garanzia della sopravvivenza.
Altre ne ebbero paura: non era forse una maledizione, una condanna a portare da sole il peso della specie?
Ben presto apparvero altre differenze.
Resistevano meglio all’aria satura di polvere.
Sopportavano dosi di radiazioni che ancora uccidevano le generazioni precedenti.
Le febbri, le infezioni che un tempo decimavano interi rifugi, le sfioravano appena.
Ma ciò che turbò di più fu l’apparizione di percezioni nuove:
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La sensibilità energetica: alcune donne potevano percepire l’aura tenue delle macchine sepolte. Un micro-generatore semisepolto nei detriti, un artefatto antico ancora percorso da flussi: le trovavano senza sforzo, come guidate da un istinto. Grazie a loro, alcuni rifugi poterono riaccendere la luce, purificare l’aria o produrre una pappa nutritiva là dove tutto sembrava perduto.
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La visione oltre: ancora più rare erano quelle capaci di vedere attraverso la materia, talvolta per decine di chilometri. Distingu evano le vene minerali, le strutture crollate, le gallerie nascoste. Guidavano le spedizioni, evitavano le trappole, individuavano le cavità dove la radiazione restava minore.
Queste ultime furono chiamate gli Occhi.
Erano poche, ma la loro influenza superava ogni misura.
In ogni comunità, si affidava loro la sopravvivenza collettiva.
Le loro visioni, talvolta caotiche, talvolta precise, decidevano le rotte da seguire, i luoghi da esplorare, i rifugi da scegliere.
Le loro parole, sussurrate con prudenza, pesavano più di quelle dei capi improvvisati o delle anziane.
Non avevano chiesto quel ruolo, ma il loro dono le designava.
Le più anziane, ancora influenzate dal mondo di un tempo, guardavano queste giovani donne con una paura sorda.
Ricordavano il tempo in cui la vita aveva due volti, in cui i bambini nascevano da un legame condiviso.
Temevano che questa nuova umanità non fosse più davvero la loro.
Ma per le più giovani, quelle che avevano conosciuto solo la polvere, gli scudi vacillanti e i rifugi soffocanti, non c’era dubbio: queste capacità erano la prova che la vita non era stata spezzata, solo trasformata.
Così nacque una generazione strana:
madri della propria stirpe,
quasi insensibili ai veleni dell’aria,
guidate da doni che nessuno comprendeva ancora.
E tra loro, nella penombra dei rifugi, gli Occhi aprivano un futuro che tutte intuivano incerto, ma che nessuna poteva più ignorare.
Nessuno aveva pensato a ordinare la società, quella delle Dimenticate come si definivano esse stesse.
Furono i corpi a decidere, e i doni imprevedibili risvegliatisi nelle generazioni nate dalla cenere.
Così, poco a poco, senza decreto né legge, prese forma un ordine che tutte riconobbero e che si estese a tutte le comunità: il sistema delle caste.
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Gli Occhi.
Non vedevano soltanto il mondo: lo trafiggevano.
Il loro sguardo scivolava attraverso la roccia, seguiva le vene minerali, rivelava corridoi nascosti, cavità sicure.
Alcune potevano scrutare lontano, percepire i moti invisibili della materia.
Furono chiamate gli Occhi, ritenendo che portassero un Occhio interiore, e nessuno contestò mai la loro primazia.
Quando parlavano, si taceva.
Quando indicavano una direzione, intere comunità si mettevano in cammino.
Portavano sulla fronte un cerchio scuro, segno del loro potere di visione, e la loro parola era più forte della memoria delle anziane.
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Le Sensibili.
Accanto a loro stavano le Sensibili, cercatrici di energia.
Posavano le mani sul suolo e sentivano la pulsazione sorda di un generatore sepolto, la vibrazione tenue di un artefatto dimenticato, il sibilo quasi impercettibile di un purificatore agonizzante.
Guidavano le spedizioni verso questi tesori invisibili, riportando respiro ai rifugi minacciati.
Le loro mani portavano un segno tracciato con l’ocra: una linea verticale, a ricordare che era attraverso il tatto che sapevano leggere le forze del mondo.
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Le Portatrici.
Venivano poi coloro che assicuravano la continuità: le Portatrici.
I loro corpi, reinventati dalla mutazione, generavano da soli.
Nessun seme era loro necessario.
I loro ventri si arrotondavano senza contatto, portando i figli di un futuro strano e ostinato.
Erano onorate, celebrate a ogni nascita, ma la loro funzione, essenziale e sacra, non dava loro il diritto di guidare.
Costituivano il cuore pulsante della comunità, non la sua voce.
Sulla loro pelle, nel cavo del ventre, veniva tracciato a ogni gravidanza un cerchio rosso, segno del loro fardello e della loro gloria.
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Le Guardiane.
Ai confini dei rifugi, nei tunnel crollati o sugli altopiani irradiati, vegliavano le Guardiane.
I loro corpi erano più robusti, i passi più sicuri, il respiro più lungo.
Scortavano le uscite, proteggevano i convogli, respingevano le minacce, umane o meno.
La loro autorità nasceva dalla forza, ma si arrestava alle porte del potere.
Le si riconosceva per due tratti scuri dipinti sulle spalle, simboli della resistenza e del peso portato.
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Le Semplici.
Infine restava la moltitudine discreta: le Semplici.
Non avevano doni visibili, ma le loro mani plasmavano gli utensili, rammendavano i filtri, erigevano i rifugi, curavano i malati.
Incarnavano la memoria dei gesti antichi, dell’artigianato trasmesso di bocca in bocca.
Le si rispettava per la loro costanza; raramente le si consultava per decidere.
Sulle loro mani, un punto bianco ricordava il loro ruolo: l’umile base su cui tutto poggiava.
Così si delineò la nuova gerarchia.
Gli Occhi guidavano.
Le Sensibili sostenevano.
Le Portatrici generavano.
Le Guardiane difendevano.
Le Semplici mantenevano.
Era un equilibrio fragile, accettato perché ciascuna sapeva che la sopravvivenza dipendeva solo da quello.
Una parola pronunciata da un Occhio poteva muovere un popolo.
Un’intuizione di una Sensibile riaccendere la luce in un rifugio.
Un bambino nato da una Portatrice poteva dare fede a un intero cerchio.
Una Guardiana poteva salvare dieci vite con una sola decisione.
E le Semplici, silenziose, tessevano la trama che impediva a tutto di spezzarsi.
Nei canti della sera, si mormorava ancora:
— Quando la polvere fece nascere le figlie, gli Occhi aprirono la strada.
Il sentiero antico si stendeva sotto i suoi passi, lastricato spezzato dai secoli, fiancheggiato da rovine crollate dove muschi radioattivi avevano ripreso possesso.
Manda correva, ansimante, il respiro secco ma libero, senza maschera né casco. La sua tuta rattoppata strideva a ogni movimento. Sentiva il morso invisibile delle radiazioni nell’aria, ma il suo sangue modificato le concedeva qualche minuto d’immunità. Abbastanza per avanzare. Abbastanza per cercare.
Davanti a lei, i resti si disponevano a gradoni, e presto la pietra divenne parete.
Manda iniziò a scalare, le dita aggrappate alla roccia umida. Il cuore le batteva nel petto come un tamburo di guerra. Ogni gesto era una lotta: muscoli indolenziti, unghie spezzate, la roccia che si sgretolava sotto il suo peso. Si issò, metro dopo metro, fino a raggiungere una cengia.
Si voltò, gettò uno sguardo indietro. Le rovine si estendevano a perdita d’occhio, sagome calcinate erette contro un cielo basso. Un velo grigio offuscava l’orizzonte. Inspirò a fondo, poi alzò gli occhi verso il sentiero che si apriva più in alto.
Esausta, Manda si concesse una pausa. Le gambe tremavano. Il respiro si faceva corto, spezzato. Scrutava il seguito del percorso: caos di rocce, falesie fratturate, suolo incerto. Il paesaggio era un labirinto di cicatrici, come se il pianeta stesso fosse stato lacerato.
Si lasciò scivolare contro un fianco di pietra, si distese sulla roccia fredda. Chiuse gli occhi per qualche istante, lasciando che il corpo ritrovasse un barlume di forza. Fame, sete, stanchezza la tormentavano, ma un’unica idea la abitava: raggiungere la cima.
Quando si rimise in piedi, il passo era più saldo. Ogni pietra superata, ogni fessura varcata la avvicinava allo scopo. Le mani sanguinavano, le braccia bruciavano, ma avanzava, tesa verso l’ultima ascesa.
Infine raggiunse lo sperone roccioso che cercava da giorni: un punto alto, sgombro, che dominava i rilievi fratturati. Lì, il suo dono di Occhio poteva dispiegarsi. Lì, la curvatura del mondo non avrebbe più limitato la sua visione.
Manda si avvicinò al bordo, il vento che le sferzava il volto. Chiuse gli occhi. La mente si proiettò oltre la polvere e le rovine, attraversò strati di roccia e di silenzio.
E all’improvviso, lo vide.
La cupola.
Non più come un’intuizione, un’esistenza incerta e sfuggente, ma come una presenza immensa, annidata sotto la crosta del mondo. Più distinta che mai. Le sue pareti lisce, le camere chiuse, le reti energetiche assopite. Le parve vibrare debolmente, come un cuore addormentato da secoli.
Manda riaprì gli occhi. Il volto si distese, le labbra accennarono un sorriso tremante.
Aveva vinto interiormente. Il dubbio si era dissolto.
La cupola esisteva.
La sala del Consiglio non era che una vasta caverna, scavata un tempo nella parete di un antico tunnel di estrazione.
Le pareti, annerite dalla fuliggine delle torce, portavano ancora i segni delle generazioni passate: spirali, cerchi, tratti rossi e bianchi, memoria dipinta di nascite e morti.
Al centro, era stato allestito un tavolo grossolano: un vecchio pannello metallico posato su blocchi di pietra.
Attorno, le caste si erano riunite.
Gli Occhi, la fronte cinta dal cerchio scuro, dominavano l’assemblea con il loro silenzio vigile.
Alla loro destra stavano le Sensibili, i palmi segnati dalla linea verticale.
Più in basso, sedute sui gradoni di roccia, attendevano le Portatrici, i ventri cerchiati di rosso, e dietro di loro le Guardiane, due tratti neri sulle spalle, appoggiate alle pareti.
Le Semplici, innumerevoli, formavano la folla periferica, testimoni discreti, quasi cancellati.
Un Occhio si alzò.
Il suo sguardo sembrava attraversare la parete, perdersi ben oltre le gallerie.
La sua voce, bassa ma netta, risuonò nella caverna.
— Ho visto. Un luogo, lontano nelle terre spezzate. Una cupola di metallo sepolta, intatta. Le linee di energia vi scorrono ancora. Dorme, ma vive.
Un brivido percorse l’assemblea.
La Sensibile più anziana avanzò a sua volta. Le mani le tremavano leggermente, ma lo sguardo brillava.
— Confermato. Abbiamo captato un’eco. Lontana, ma stabile. Non è un miraggio. è una fonte. Forse più di una.
Un mormorio percorse i gradoni. Le Portatrici si scambiarono sguardi carichi: energia significava purificatori, calore, cibo… sopravvivenza.
Una Guardiana, alta e solida, si staccò dall’ombra. La sua voce scattò, più ruvida.
— è troppo lontano. Le terre sono mobili, sature di polveri brucianti. Inviare una squadra significa condannarla. Qui, gli scudi reggono ancora. I bambini nascono. Dobbiamo sacrificare vite per un miraggio d’energia?
Un silenzio pesante seguì le sue parole.
Poi una Portatrice, ancora giovane, dal ventre arrotondato, prese la parola con voce dolce.
— Se restiamo, moriremo anche noi. Gli scudi si indeboliscono. I purificatori si esauriscono. Senza energia, senza macchine, le nostre figlie non vedranno il prossimo inverno. Un rischio esiste. Ma la speranza vale più della paura.
Allora la più anziana degli Occhi si alzò.
La sua figura magra, gli occhi infossati dominavano l’assemblea con un’autorità che nessuno contestava.
Alzò la mano, e il silenzio calò.
— Abbiamo visto, disse. Abbiamo sentito. Questo luogo è reale. Il mondo ci offre ancora una possibilità, e non possiamo respingerla.
Fece una pausa. La voce divenne grave, quasi solenne.
— Che le Guardiane preparino la spedizione. Che le Sensibili le guidino. Che le Portatrici e le Semplici custodiscano il cerchio, in attesa del ritorno.
La Guardiana che aveva contestato chinò il capo. Sapeva che sarebbe partita, nonostante le paure.
Gli Occhi, impassibili, contemplavano l’avvenire che solo loro potevano tentare di intravedere.
La decisione era stata presa.
Una squadra sarebbe partita all’alba verso la terra spezzata, in cerca di quella cupola intatta.
Intatta da secoli, forse salvezza o trappola, ma unica speranza.

