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PROLOGO – Il Re dei Bambini

  In un'era che non dava molto ai suoi bambini, dove l'istruzione era un lusso per pochi e i sogni si costruivano con bastoni e terra, i bambini giocavano a fare il re e il cavaliere. Tra loro, ce n'era uno che non fingeva affatto.

  Tatsuya Arakawa, otto anni, si proclamava re con la stessa convinzione di un imperatore sul trono. Non era un gioco per lui. No, lui era il re.

  Gli piaceva comandare, ridere degli altri, farli piangere per poi scrollare le spalle con un sorriso storto. I bambini della sua età lo temevano, e questo lo faceva sentire importante. Ogni mattina usciva di casa come un sovrano che si apprestava a ispezionare il suo regno, con in mano una spada di legno e sul volto la sicurezza arrogante di chi crede di essere invincibile.

  Sua madre lo sgridava spesso. "Tatsuya, smettila di tormentare gli altri. Un giorno verrai punito."

  Ma lui rideva. Non c'era punizione per un re. O almeno, così credeva.

  Quella mattina, però, l'aria era diversa. Più fredda. Più umida. Più... pesante. Il cielo, stranamente cupo. Il terreno, fangoso e scivoloso sotto le scarpe dei bambini.

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  Tatsuya, imperterrito, richiamò i suoi "sudditi". "In ginocchio davanti al vostro re! Portatemi le offerte, oppure sarete puniti!"

  I bambini lo seguirono, spaventati ma obbedienti. Solo uno, un piccolo dai capelli arruffati color neve e dagli occhi verdi come l'erba d'inverno, tremava visibilmente. Avrà avuto sei o sette anni. Si accovacciò, abbracciandosi le ginocchia.

  "Che c'è, hai paura? Vuoi la mamma?" lo schernì Tatsuya, ridendo sguaiatamente.

  Il bambino non rispose.

  Tatsuya voltò le spalle, continuando a camminare tra pozzanghere e fango.

  Poi...

  Uno scivolone.

  La sua spada di legno volò via, rotolando oltre un punto del terreno dove la terra finiva. Un confine oscuro, come se il mondo terminasse lì, inghiottito da una macchia d'ombra. I bambini si fermarono di colpo.

  "Dove... dov'è finita la mia spada?" chiese Tatsuya, alzandosi con il fango sulle ginocchia.

  "Non lo sappiamo..." risposero in coro, titubanti.

  Le sue sopracciglia si aggrottarono. "Incapaci! Non sapete fare nulla!" urlò, mentre si avvicinava con passi rabbiosi al bordo.

  E allora successe. Il terreno cedette. Un piede nel vuoto. Poi l'altro.

  E il "re" cadde. Cadde... e non tornò più. Là dove nessuno vedeva, là dove la luce non arrivava, il bambino re incontrò la fine.

  O forse... un nuovo inizio.

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