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Capitolo 5 – Il mondo fuori dalla porta

  Tatsuya si svegliò nel silenzio irreale di quella stanza troppo grande per lui. Questa volta, non c’erano urla né mani rosse a stringergli il cuore nel sonno. Solo un vuoto ovattato e una calma sospetta.

  Si sollevò lentamente, stringendo tra le dita le lenzuola candide. Guardò i letti intorno a sé, disposti in ordine militare. Non ce n’erano altri occupati. Solo lui. Solo il suo respiro.

  La porta dell’infermeria era socchiusa. Un sottile fascio di luce filtrava dalla fessura. Tatsuya si alzò in punta di piedi, osservò attento se qualcuno fosse nei paraggi. Nessuno. Solo l’eco del silenzio. Fece un passo, poi un altro, finché non uscì del tutto.

  Il corridoio davanti a lui sembrava infinito, come il ventre di una bestia addormentata. Le pareti erano ornate da ritratti antichi, visi severi che lo osservavano con giudizio. I loro occhi sembravano seguirlo mentre avanzava. Un brivido gli corse lungo la schiena.Il sudore gli imperlava la fronte, ma non osava fermarsi.Camminò per minuti interminabili, fino a giungere a un grande portone di legno scuro. Era abbassato, ma da sotto si intravedevano i colori della natura: il verde vivo degli alberi, il celeste limpido del cielo, il rosa tenue di qualche fiore selvatico.

  La luce. L’uscita. Si avvicinò piano, quasi temendo che potesse richiudersi davanti a lui. Ma nessuno lo fermò. Nessuno lo chiamò. Nessuno lo trattenne.

  Attraversò il portone. Fuori, l’aria era fresca. L’erba sotto i suoi piedi era vera. Viva. Si voltò un istante a guardare il castello alle sue spalle, imponente come un guardiano silenzioso. Poi corse. In lontananza si intravedevano piccole case. Tatsuya stringeva i pugni, il suo stomaco brontolava da ore. Aveva fame. Forse, laggiù, qualcuno avrebbe potuto aiutarlo.

  Bussò alla prima porta che vide. Un uomo robusto, con barba folta e capelli castani, aprì lo spiraglio, lo guardò, e senza dire una parola gli sbatté la porta in faccia.

  "Aspetti!" gridò Tatsuya, confuso.

  "Volevo solo qualcosa da mangiare..."

  Nessuna risposta. Bussò a un'altra casa. E un’altra ancora. Ma ovunque andasse, trovava solo sguardi carichi di paura o disprezzo. Porte che si chiudevano prima ancora che potesse parlare. Era come se tutti... lo conoscessero. Come se sapessero qualcosa che lui ignorava.

  Camminò a testa bassa, le spalle curve dal peso di quel rifiuto. Le sue scarpe affondavano nel fango di una strada più isolata, dove la vegetazione si faceva più fitta e gli edifici cadevano a pezzi come ricordi abbandonati.

  Fu lì che li vide.

  Tre ragazzi, forse poco più grandi di lui, sbucarono da un vicolo. Avevano occhi duri, vestiti logori, e un'espressione che gli fece gelare il sangue.

  Uno aveva capelli verdi, lunghi fino alle spalle. Un altro portava un collare di cuoio al collo e i capelli viola spettinati. L’ultimo era rasato quasi a zero, con una cicatrice sulla guancia sinistra.

  Tutti e tre indossavano stivali consumati, pantaloni strappati e giacche sformate. I loro occhi marroni fissavano Tatsuya come predatori osservano la preda.

  Tatsuya fece un passo indietro. "Cosa... volete da me?"

  Il ragazzo dai capelli verdi si fece avanti. "Non abbiamo paura di te, mostro."

  Un ghigno maligno gli piegava le labbra. "E adesso lo dimostreremo."

  "Mostro...?" sussurrò Tatsuya.

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  "Io non... non so di cosa state parlando."

  "Smettila di fare il finto tonto!" ringhiò quello rasato.

  "Tu hai un potere, vero? Anche se noi non lo abbiamo... ti annienteremo lo stesso!"

  Tatsuya si piegò sulle ginocchia, le mani a contatto con il terreno umido. La terra sembrava tremare sotto di lui. -"Io... non capisco! Non so nemmeno cosa sta succedendo!"

  Il ragazzo con i capelli viola tirò fuori una mazza, lunga, con dei chiodi arrugginiti incastrati nella testa di ferro. La brandì con un’espressione vuota.

  "O ci ascolti, o ti uccido qui e ora." La sua voce era fredda come il metallo.

  Il respiro di Tatsuya si fece affannoso, le sue spalle si alzavano e abbassavano rapidamente. I suoi occhi si riempirono di lacrime, tremanti come il cuore nel suo petto.

  Il suo sguardo si velò. Il terrore lo bloccava. Il mondo sembrava crollare addosso a Tatsuya. Le ginocchia cedettero. Il respiro gli si spezzò in gola. Si coprì il volto con le mani sporche di terra, tremando come una foglia sotto la pioggia.

  "Non voglio morire... non ho fatto niente... vi prego..." gridò, con voce spezzata, come un bambino in un incubo da cui non riesce a svegliarsi.

  Le sue parole, però, caddero nel vuoto. Nessuno lo ascoltava. Nessuno voleva capirlo.

  Il ragazzo dai capelli viola si fece avanti. Lo guardò dall’alto in basso con disprezzo, poi si chinò, e un ghigno crudele gli deformò il volto. "Il mostro ha paura, eh? Che buffo. Credevo che fossi invincibile." disse, ridendo con cattiveria.

  Dietro di lui, gli altri scoppiarono in una risata sguaiata. Si avvicinarono senza fretta, pregustando ogni secondo. Uno di loro, il ragazzo rasato, sollevò la gamba e la scagliò con forza contro il costato di Tatsuya.

  "GHAAH!" il piccolo urlò, piegandosi su se stesso. Cadde a terra, rotolando nel fango come un oggetto abbandonato.

  "Alzati, mostro!"

  "Pensavi di farla franca solo perché hai una faccia da cucciolo?"

  "Noi siamo gli eroi, non tu!"

  Le parole si fecero lame, e i calci grandinarono come pietre. Al volto. Alle gambe. Alla schiena. Urla. Risate. Dolore. E poi... silenzio.

  Tatsuya non si muoveva più. Il suo piccolo corpo, sporco e livido, giaceva come una bambola rotta nella polvere. Le mani ancora alzate, come se cercassero di difendere un’innocenza che gli era stata strappata via.

  Il ragazzo dai capelli verdi, il loro capo, si bloccò. Lo fissava. Il cuore gli batteva più forte.

  "Ragazzi... forse... forse abbiamo esagerato..."

  Gli altri si guardarono, spaventati. Le risate svanirono. L’aria si fece pesante. "Via! Via subito da qui!" ordinò, la voce incrinata dalla paura. Si voltarono per fuggire. Ma qualcosa li afferrò. Corpi sollevati di peso, sospesi in aria come bambole legate da fili invisibili.

  "A-AAAH!"

  "C-Cosa?! Lasciatemi! AIUTO!"

  "Non voglio morire! NON VOGLIO MORIRE!"

  Ma nessuno rispose.Non c'era nessun carnefice visibile. Solo un’ombra, silenziosa e senza volto.E poi... li lasciò cadere.

  Fu un tonfo sordo. La terra li accolse senza pietà. Non erano gravi le ferite, ma il terrore... quello li aveva marchiati per sempre.

  Si rialzarono e scapparono via come animali braccati, senza voltarsi. E fu in quel silenzio spezzato che lei apparve.

  Senza suono. Senza annuncio. Come se fosse stata sempre lì, nascosta tra i battiti della notte.

  Una ragazza, poco più che bambina. I capelli lunghi e gialli sfumavano nell’arancio, come se il sole avesse lasciato su di lei un frammento del tramonto. Indossava una tunica bianca, semplice ma elegante, con ricami rossi che sembravano pulsare di vita propria.

  Si inginocchiò accanto a Tatsuya. Le sue dita tremarono un istante. Poi le posò con dolcezza sul petto del ragazzo. Un respiro. Un sussurro. Una luce.

  Dal palmo delle sue mani scaturì un bagliore verde, morbido, che si diffuse come rugiada calda sulle ferite del piccolo. Le contusioni iniziarono a ritirarsi. Il sangue si fermò. La pelle, poco a poco, tornò a respirare.

  Lei non disse nulla. Solo lo guardava, con occhi pieni di qualcosa che non era pietà. No. Era qualcosa di diverso.

  Compassione.

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